Quando neanche gli attori conoscono la realtà della loro categoria

Qualche giorno fa un quotidiano riportava dichiarazioni di Alessandro Preziosi, tra cui: “A chi del mio mondo si lamenta, e succede spesso, dico: hai capito o no che per mezza giornata di lavoro ti danno lo stipendio mensile di tre persone? “. La frase è stata ripresa e pubblicata da diverse testate e, ad esempio, anche Andrea Scanzi l’ha trovata così corretta e opportuna da sentire l’esigenza di darle eco elogiandone il contenuto. A lui si sono aggiunti migliaia di commenti di persone che, come Scanzi, evidentemente, non hanno alcuna conoscenza della realtà del lavoro dello spettacolo e delle attrici e degli attori in particolare.

Non ci risulta avvenuta nessuna rettifica, quindi ciò che appare spiazzante è che sia un collega a dimostrare di non conoscere la realtà del suo settore professionale specifico, delle dinamiche e delle leggi che regolamentano, o non regolamentano, il lavoro, la previdenza e gli ammortizzatori sociali del suo settore.

Come Registro Attrici Attori Italiani, ci sentiamo chiamati in causa e nel dovere, di cui non sentivamo il bisogno, di rispondere, perché sembrerebbero affermazioni innocue, ma il danno che procurano, amplificato da chi le riprende e diffonde elogiandole, nella percezione sociale non solo di un’intera categoria professionale ma per estensione dell’intero comparto dello spettacolo che dà lavoro a oltre un milione di lavoratori, è enorme e rischia di spazzare via in un attimo il lavoro di anni proprio per trasmettere a referenti istituzionali e all’opinione pubblica che è un’idea superficiale e antiquata, un luogo comune largamente diffuso e largamente infondato, quello per cui attrici e attori, così come gli altri artisti, siano tutti privilegiati, ricchi e famosi, quando questi ultimi sono la punta dell’iceberg.

Studi precedenti alla pandemia dimostravano già che almeno il 90% della categoria riesce a lavorare in media una o due giornate al mese e ad una paga giornaliera che talvolta equivale ad un quinto della paga mensile media degli altri lavoratori. Parliamo di professionisti, a volte anche molto riconoscibili. Non di chi fa altri lavori, con relative tutele sociali, e poi quando ne ha l’occasione va anche a recitare. Parliamo di persone che hanno dedicato anni di studio e preparazione alla professione. O che si sono formate lavorando, in altri tempi, quando il lavoro era di più, più accessibile e meglio retribuito.

Ci chiediamo se Alessandro crede che tutti guadagnino come lui ci informa di guadagnare, dimostrando poca consapevolezza della realtà, o se, quando parla del “suo mondo”, parla solo dei protagonisti di fama. In quest’ultimo caso, però, non considera che, se sente alcuni di costoro “lamentarsi”, essi non lo fanno per sé stessi, ma per solidarietà, empatia e rispetto dei propri colleghi: quei colleghi che con il loro lavoro permettono al prodotto di esistere e a loro di esserne i protagonisti; quei colleghi, almeno il 90% della categoria, che faticano ad arrivare a fine mese e che sono del tutto privi o quasi della capacità di accesso a tutti gli ammortizzatori sociali di base (maternità, malattia, disoccupazione, pensione) di cui giustamente gode ogni altra categoria professionale. E che non possono contare in audiovisivo neanche su un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro con relativi minimi salariali, poiché non esiste.

Lo sappiamo ed è comprensibile: quando si pensa ad “attrici e attori” si pensa ai primi che vengono in mente, a quelli visti ieri sera in tv o sul manifesto per strada… Ma ci sono anche tutti gli altri. Quelli visti in quel film ma di cui non ricordiamo il nome, quelli che “Quant’era bravo, ma da dove salta fuori?”, tutti quei nomi (in realtà sempre meno) sulle locandine teatrali, che portano il teatro in giro nelle città e in alcuni paesi dove a volte quegli spettacoli rappresentano le uniche occasioni di intrattenimento culturale, quelli che portano ai nostri figli nelle scuole opere che noi non abbiamo sempre il tempo o la possibilità di far conoscere loro, quelli che si dedicano a portare il teatro con la sua enorme valenza nei luoghi del disagio e dell’emarginazione, quelli che hanno avuto i loro anni di continuità ma poi sono stati dimenticati dal sistema produttivo, magari quando troppo anziani per trovare un altro lavoro, quelli che hanno avuto problemi di salute e non hanno sostegni sociali che li aiutino, quelle che sono incinta e per accedere al sussidio di maternità devono trovare un ingaggio con la pancia di sei o sette mesi ma non ci sono ruoli che lo prevedano, quelli che non hanno raggiunto il numero di contributi per andare in pensione, spropositato se non sei stato scelto per lavorare molti anni in una soap opera, e non trovano più ingaggi o non hanno più la salute per andare in scena o per affrontare una tournée. Potremmo proseguire, ma ci fermiamo. Non è retorica, questa, ma vita. Sono persone e famiglie, non personaggi, le attrici e gli attori. Che ciò sfugga a chi presta al tema attenzione superficiale, a chi istintivamente dà spazio ai luoghi comuni, è normale e fa parte, se vogliamo, anche di una poca cultura che in Italia si ha dello spettacolo in genere. Che sfugga ad un collega sinceramente sorprende un po’ di più. Ah, ad Alessandro sfugge anche che arriviamo da due anni di restrizioni causa pandemia, che hanno bloccato il lavoro in teatro quasi del tutto, dando spazio sostanzialmente solo a monologhi interpretati da attori di nome. Appunto…

Restiamo ottimisti in una sua rettifica e utilizziamo non a caso un’immagine dal film “La famiglia” di Ettore Scola: un esempio di grande film ampiamente corale (tutti quegli interpreti avranno avuto la stessa paga?) e un titolo che sia di auspicio per ciò che ha bisogno di diventare presto la nostra categoria.