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03 Mar Cosa devono sperare attrici e attori – e non solo – dalla riscrittura del Decreto Tax Credit

Pubblicato alle 13:18h in Notizie da APS RAAI

Sono giorni caldi, questi, per le sorti della discussa riforma del Tax Credit per il cinema e invitiamo attrici e attori interessati alle ripercussioni per la nostra categoria a seguire questa breve ricostruzione.

Da un paio di mesi è in corso la riscrittura da parte del Ministero della Cultura del Decreto Tax Credit pubblicato il 14 agosto scorso e parallelamente, domani 4 marzo, il Tar del Lazio si riunirà per entrare nel merito del ricorso presentato da alcune decine di società di produzione contro lo stesso Decreto, che ha introdotto meccanismi penalizzanti e di esclusione per le medie e piccole società come denunciato dell’Associazione RAAI fin dagli Stati Generali Attrici Attori del 22 maggio 2024, quando del Decreto era appena circolata una prima bozza.

Il ricorso al Tar presentato a novembre, insieme alle diverse iniziative e occasioni di denuncia delle misure introdotte dal Decreto – come gli Stati Generali Attrici Attori appunto, la lettera scritta e firmata da 17 associazioni di lavoratori del cinema tra cui anche RAAI letta e diffusa alla Mostra del Cinema di Venezia, gli Stati Generali dello Spettacolo e il Forum No Logo che ha apportato una proposta di rivalutazione dell’indipendenza del cinema attraverso la sua definizione e la redazione di un manifesto – hanno indotto il Ministero, dopo averne inizialmente difeso e rivendicato la validità, a rimetter mano al Decreto.

Andando per ordine, tutto è nato quando il Ministro Sangiuliano, dopo non molto dal suo insediamento, ha annunciato la necessità di una revisione della Legge Franceschini sui finanziamenti al cinema. Obiettivo certo condivisibile, perché volto, nelle dichiarazioni, a migliorarne l’efficacia e ridurne i margini di abuso che in alcuni casi ne veniva fatto. Meno condivisibile, però, quando, sempre nelle premesse, il Ministro puntava il dito sul circa 50% di film prodotti che non riescono ad arrivare in sala in modo significativo, in termini di tenitura o di risultati di pubblico, considerandoli per questo esempio di spreco di denaro pubblico.

La prima considerazione sull’infondatezza di tale argomentazione è che la sala non è che una delle possibili destinazioni di un’opera, spesso solo la prima in ordine temporale, e a volte solo in forma di “uscita tecnica” per ottemperare ai requisiti richiesti, e che i film sono beni durevoli che non esauriscono la loro vita nell’arco di mesi, né di anni, ma spesso rivelano il proprio valore, anche economico, nel tempo.

La seconda è che il risultato in sala non è proporzionale necessariamente al valore del film, ma dipende anche dalla forza della produzione di ottenere una tenitura che permetta al film di farsi conoscere e dalla forza economica per la promozione.

La terza è che il finanziamento al cinema non rappresenta un sostegno “al mercato”, ma poggia sul principio europeo dell’eccezione culturale che gli conferisce la natura di fondo perduto, e che il Tax credit in particolare, per sua natura, è una misura automatica finalizzata a favorire ed attrarre investimenti. Non ha cioè natura selettiva. Il Decreto pubblicato lo scorso 14 agosto, al contrario, avendo previsto che requisiti di accesso al tax credit, pressoché impossibili da raggiungere per piccole e medie imprese, si abbassano drasticamente se l’opera viene selezionata per il finanziamento selettivo, ha di fatto agganciato il riconoscimento del tax credit all’ottenimento dei Finanziamenti Selettivi, distorcendone così la natura automatica. Ulteriore conseguenza: l’aumento esponenziale del ruolo, che diviene determinante, della Commissione selettiva su ciò che verrà prodotto o meno.

La quarta considerazione è che si tratta, sì, di un finanziamento a fondo perduto alla cultura, ma è un finanziamento che si traduce in lavoro per un’ampia platea di lavoratori, “sotto la linea” (si pensi alla lunghezza dei titoli di coda), generando ingenti flussi fiscali e previdenziali di ritorno, alimentando l’economia e il sostentamento delle famiglie.

Queste considerazioni, per evidenziare come sia impropria l’equazione “film che non passa in sala (o che incassa poco) = abuso di denaro pubblico”. L’abuso di denaro pubblico si verifica, piuttosto, se e quando il budget di un film viene gonfiato per aumentare il contributo percentuale dello Stato sotto forma di tax credit. E questo potrebbe avvenire, in film piccoli così come in film grandi, naturalmente in proporzione al budget. Perché dunque la soluzione dovrebbe essere rappresentata dall’introdurre parametri che tagliano fuori le piccole e medie produzioni, permettendo di accedere ai finanziamenti solo alle grandi (le quali peraltro anche, non di rado, ottengono risultati al botteghino lontanissimi dai finanziamenti ottenuti)? Le contraddizioni, dunque, tra l’obiettivo di ridurre sprechi e abusi e le misure adottate, appaiono marcate.

Con quanto detto, non si sta negando certo che sia fondamentale che i film trovino la via della sala, tutt’altro. Ma si rileva proprio come il Decreto pubblicato il 14 agosto scorso non abbia scelto di intervenire per favorire questa possibilità, ma al contrario per ridurre il numero di film prodotti penalizzando le produzioni piccole e medie, con un effetto di ricaduta negativa sull’occupazione di tutto il settore, oltre che sulla pluralità espressiva.

Altro obiettivo dichiarato – comprensibile, trattandosi di fondi pubblici, ed anche effettivamente efficace per contenere l’aumento incontrollato dell’utilizzo di tax credit – era porre un tetto alla quota di eleggibilità ai fini del tax credit di alcune spese, con il Ministro che, però, puntava pubblicamente il dito solo verso le paghe “sopra la linea” (quelle cioè delle voci “Soggetto e sceneggiatura”, “Direzione”, “Attori principali”). Verrebbe da dire che uguale tetto si sarebbe potuto prevedere anche per altre voci di spesa, che possono prestarsi ad abusi provocando impennate incontrollate del budget e dell’accesso al tax Credit, ma ciò non è avvenuto. Sulle paghe “sopra la linea”, comunque, il Decreto ha introdotto due diversi parametri di limite di eleggibilità: sulla singola paga, ai livelli dei dirigenti pubblici (240.000 euro, che nel caso di attori protagonisti e registi arriva a 400.000 con la quota di diritto di immagine) e, sul complesso della spesa, ad una percentuale rispetto al budget complessivo del 30%.

E veniamo ora alla questione per la quale in particolare, come Associazione RAAI, in questi 10 mesi ci siamo costantemente spesi, scrivendo al Ministro, alla sottosegretaria Borgonzoni e al direttore Borrelli e in tutte le occasioni di confronto pubblico e privato con le Istituzioni, i partiti, i sindacati e le altre associazioni di lavoratori del settore, ai quali ultimi, forse, non siamo riusciti a trasmettere a sufficienza l’importanza di inserirla anche tra le loro istanze: il tetto di eleggibilità che è stato introdotto, ingiustificatamente, anche alle paghe “sotto la linea” (e fissato al minimo sindacale aumentato al massimo del 20%), cioè alle paghe di tutti i lavoratori non “sopra”, ma “sotto la linea”, vale a dire tutta la troupe e attrici e attori non protagonisti: tutti quei lavoratori che già con le paghe in vigore fino ad oggi, superiori a quel limite, faticavano fortemente a mantenersi del proprio lavoro. Questa clausola condizionerà inevitabilmente il produttore, che solo eccezionalmente riconoscerà paghe superiori alla soglia indicata dal Decreto del minimo sindacale aumentato del 20%, non potendo più contare per la parte eventualmente eccedente sul riconoscimento di tax credit.

Ora, per le troupe la clausola è momentaneamente sospesa in attesa del rinnovo del Contratto Troupe attualmente vecchio di 25 anni, perché il Decreto dice che tale norma si applica solo in caso di Contratti rinnovati dopo il 1° gennaio 2019 e che nel frattempo interverrà un Decreto direttoriale che non è stato però ancora pubblicato (è questo forse il motivo che ha indotto le troupe a trascurare l’imminente rischio di questa clausola). Ma per attrici e attori, invece, la clausola sarà efficace da subito e si aggancia alle paghe introdotte nel 2024 dal nuovo Contratto Collettivo Interpreti di Audiovisivo siglato da CGIL-CISL-UIL: paghe minime che non permettono il professionismo a chi non è protagonista, neanche se aumentate del 20%. Tale tetto “sotto la linea” appare dunque, oltre che ingiustificato, gravemente penalizzante per quel 95% se non più della nostra categoria che non fa, di norma, il protagonista.

Ecco perché è alta l’attesa in vista di domani di conoscere eventuali decisioni del Tar sul Decreto. E perché è altrettanto alta quella di conoscere se, in che misura e come, la riscrittura del Decreto da parte del Ministero modificherà le norme introdotte, tra cui quella sulle paghe “sotto la linea”, per l’abolizione della quale come Associazione RAAI ci siamo massimamente impegnati.

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