L’attore: autonomo o subordinato? (di Tonino Pavan)

Attrici e Attori: subordinati o autonomi?
Per poterli definire giuridicamente, i nostri rapporti di lavoro, dobbiamo farci delle domande: “Quando sono subordinati? Quando sono autonomi?”
Prima di tutto, liberiamo il campo da un concetto che io penso fuorviante: subordinato non vuol dire dipendente.
Infatti, si è dipendenti se siamo assunti a tempo indeterminato e abbiamo obblighi e diritti ben precisati. Altrimenti si può essere subordinati se si è assunti a tempo determinato o a tempo parziale e anche per un giorno, e quando sussistano le condizioni enunciate dal Codice Civile.
Non sono i Mestieri, l’Arti che si esercitano che definiscono giuridicamente la natura giuridica di un qualsiasi rapporto di lavoro, ma le modalità nel loro esercizio.
Nella specificità dei nostri mestieri, la questione non ancora superata della distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato è stata strumento, in questi ultimi settant’anni, di prevaricazioni sia dall’una sia dall’altra parte, a seconda delle condizioni di forza e di potere contrattuale, a danno, ovviamente, dei più deboli.
Tuttavia, le ultime sentenze dell’Alta Corte, in ultima analisi, ci portano a considerare, nella “vexata quaestio”, una certa libertà di movimento o di interpretazione, essendo, oggi, il mondo del lavoro in quotidiana evoluzione.
Da ciò, i criteri che distinguono la subordinazione, oltre alla subalternità, del lavoratore all’organizzazione dell’impresa debbano ricercarsi in elementi concreti e prevalenti nelle modalità dello svolgimento del rapporto di lavoro.
Quindi, per poter stabilire che il rapporto possa proporsi nella natura giuridica di lavoro autonomo, si dovrebbe stabilire, al di là di ogni dubbio, che non ci sia alcun vincolo o criterio che lo distingua come subordinato.
Prendendo atto che il nostro lavoro di artisti/interpreti sta subendo, direi in misura sempre più vasta, una trasformazione quanto mai “liquida”, dobbiamo prevedere situazioni che esulano dalla condizione subordinata, in quanto, per esclusive ragioni individuali/personali assumono in se stesse le condizioni giuridiche dell’autonomia, pur se l’attrice o l’attore è coinvolto nell’organico dell’impresa teatrale, cinematografica, etc.
Ma quali sono gli indicatori da cui possiamo, al di là di ogni dubbio, stabilire che il rapporto si configura come subordinato?
La Cassazione ha più volte confermato che i molteplici indicatori che generano un rapporto di lavoro subordinato sono i seguenti:

– o una retribuzione fissa mensile relativa a un rapporto interdipendente con l’attività lavorativa;
– o l’orario di lavoro fisso e continuativo;
– o la continuità della prestazione in quanto finalità di rapporto tecnico, organizzativo e produttivo per bisogni aziendali;
– o il vincolo di soggezione a un egemonia organizzativa, direttiva e disciplinare del datore di lavoro, con una conseguente limitata autonomia;
– o l’inserimento nella organizzazione aziendale.

Non vi è alcun dubbio, che i succitati valori ci sono, anche se non tutti (secondo i casi e i diversi tipi di produzioni) nei nostri rapporti di lavoro, e quand’anche vi appaia uno o più di essi, generano giuridicamente un rapporto di lavoro di natura subordinata.
Detto questo, la funzione dei sindacati di parte e di controparte, deve tener conto delle situazioni esclusivamente personali in cui diventa necessaria, oltre che utile, l’apertura della partita IVA, perché le parti devono conseguire nella trattativa contrattuale le condizioni migliori dello scritturato (sia economiche, sia normative, sia fiscali),.
E ciò è dovuto dal fatto che, la tenuta contabile della partita IVA comporta:

– e/o una pur minima costosa organizzazione personale,
– e/o la necessità di servirsi di uno studio fiscale competente,
– e/o la necessità (talvolta) di servirsi di un’agenzia e/o di servirsi anche di un ufficio stampa,
– e/0 di uno studio legale.

Il nostro ragionamento è supportato dalla Legge istitutiva del nostro ente previdenziale e assistenziale ENPALS, che nel 1947 previde l’obbligatorietà della previdenza e assistenza pubblica al di là della definizione giuridica del nostro rapporto di lavoro, che permane come principio anche oggi.
La contrattazione collettiva, dunque, deve tener conto della realtà reddituale/professionale di ogni singolo scritturato (che non può essere obbligato per la sola convenienza esclusiva dell’impresa di spettacolo che lo scrittura ad accendere la Partita IVA come sì è fatto in molti Teatri Stabili che gestiscono denaro pubblico), decidendo quale minimo reddituale può essere stabilito come limite, oltre il quale l’apertura della Partita IVA non possa danneggiare economicamente lo scritturato.
Risulta quindi evidente che dobbiamo nel merito di una scrittura, con buon senso, distinguere a priori quando e come siamo subordinati e quando autonomi.
Ed è pure evidente che nessun organismo produttivo può obbligare l’artista/interprete, ad accendere la Partita IVA (adducendo la scusa che, senza l’apertura della partita IVA, la scrittura del lavoratore-artista non è resa possibile!).
A questo punto del ragionamento, possiamo considerare che l’interprete che abbia raggiunto, nel corso della sua carriera professionale, un ìndice alto di popolarità, può (pur agendo assieme agli altri colleghi) con la sua esclusiva presenza, rappresentare per il produttore un “VALORE AGGIUNTO” valido a conseguire una maggior distribuzione dello spettacolo, un pubblico più numeroso, un’immagine più “luccicante” per lo spettacolo stesso e per il prodotto finito.
I Contratti collettivi dei nostri settori dovranno, per tale sensato ragionamento, adeguarsi alla norma.
E dovrebbe adeguarsene soprattutto il sistema di intervento pubblico (Fondo Unico Spettacolo) nell’assegnare sovvenzioni e/o finanziamenti e agevolazioni fiscali ai vari comparti dello spettacolo, essendo nostro obiettivo la finalizzazione dell’investimento pubblico alla copertura dell’intero costo del lavoro sulla massima linea dei contratti  collettivi.

Segue la proposta nel contesto della piattaforma rivendicativa per l’audiovisivo, in fase di studio in APS R.A.A.I.

La distinzione di prestazione autonoma può ricercarsi in un aggiunto compenso giornaliero: 

a) – al di sopra della retribuzione minima (la più alta se divisa in più livelli) stabilita dai contratti nazionali, e sul quale e solo su di esso si possa operare con la partita IVA e che questo compenso aggiuntivo non debba rientrare nella copertura dell’intervento pubblico;
b1)
calcolato su un minimo di reddito annuo, rapportato a giornata (valore minimo reddito diviso per 312 giorni), al di sopra del quale si possa e, ovviamente, solo per la parte aggiunta, aprire la Partita IVA; ovviamente, anche  tale compenso non deve rientrare nella copertura dell’intervento pubblico;
b2) nel caso eccezionale in cui l’artista/interprete abbia la convenienza di gestire come autonomo (con Partita IVA) il suo reddito annuale, l’intervento pubblico (FUS) non potrà tener conto del valore aggiunto di cui alla lettera b1).

Ora, l’attuale contratto collettivo per il Teatro di Prosa (prendiamo in considerazione solo questo, considerando che il metodo potrebbe benissimo ampliarsi agli altri contratti) stabilisce che la natura del rapporto di lavoro è scelta (da tutte le attrici e gli attori!) all’atto del contratto e che se, liberamente, si sceglie la natura giuridica autonoma, il minimo contrattuale viene aumentato di Euro 35,00 sul minimo attribuito a chi non intende aprire la partita IVA. E tutto l’intero compenso giornaliero è sottoposto a IVA.

Ebbene, questa cosa deve essere cambiata. Personalmente, la ritengo deplorevole e ingannatrice!

Su questo problema diventa necessario aprire un tavolo di confronto con il Ministero delle Finanze, del Lavoro e della Cultura, al fine di definire, con una legge appropriata, la soluzione per tutti i lavoratori dello Spettacolo e in ispecie degli Artisti Interpreti.
Uno dei primi problemi dovrà essere quello che io considero il seme della discordia, delle polemiche e delle incaute interpretazioni: tutti gli interventi contenuti nelle leggi, nelle circolari etc. riguardanti la nostra fiscalità sono dovuti

alla generica definizione di “attività artistica”

nella quale sono, per una strana interpretazione, immesse sia le attività produttive d’impresa sia le attività del lavoratore artistico, senza distinguerlo nelle sue varie e alternanti prestazioni, nonostante le tante sentenze della Corte di Cassazione in materia!

Tonino Pavan
Trieste, 4 luglio 2022